“Whephone – Felice e Sconnesso” di Dino Colombi ovvero come usare il cellulare con intelligenza

 

Mercoledì 6 febbraio 2019, presso il teatro dell’oratorio di San Pellegrino Terme, è stato nostro ospite Dino Colombi, attore, autore e regista, con il suo spettacolo “Felice e sConnesso”; il pubblico era costituito da noi ragazzi della classe 2 A e da altre classi dell’Istituto

L’incontro è iniziato con dei giochi in cui noi ragazzi eravamo i veri e propri protagonisti.

Il primo “esperimento” era sulla concentrazione. Dino ci ha proposto un semplice gioco come: “batti le mani”, “batti i piedi”, “muovi la tesa”… . Questo esercizio, che può sembrare banale, in realtà ha come scopo dimostrare l’importanza della concentrazione, necessaria per riuscire anche nelle minime cose.

Lo spettacolo è entrato nel vivo attraverso il racconto di un episodio che ha visto protagonisti Dino Colombi e suo nonno: quando era un ragazzino, Dino, non avendo voglia di aiutare il nonno nei lavori di falegnameria che erano la sua passione, gli ha regalato un avvitatore elettrico, in modo tale da non perdere tempo ad aiutarlo ed averne di più per giocare.

Lo spettacolo è continuato con una riflessione sull’invenzione della calcolatrice, che ora è diventata un’applicazione del telefono e che, ormai, utilizziamo in continuazione: questo ci ha reso molto meno abili e veloci nel fare i conti a mente…

Dopo questo esempio, Dino ci ha fatto ragionare sui meccanismi della rete, utilizzando come spunto le carte. Infatti, i giochi di carte che troviamo sul computer o sul telefono, ci permettono di giocare a distanza in tutto il mondo, con persone che non conosciamo. A partire da questa caratteristica, abbiamo iniziato una riflessione sui veri e propri problemi che stanno causando i telefoni cellulari nella nostra società.

Per esempio, spesso, quando camminiamo per strada, abbiamo lo sguardo fisso sullo schermo del cellulare, dimenticando di fare attenzione ai pericoli che ci sono attorno a noi; per questo motivo, diversi stati del mondo stanno inventando metodi per ridurre il numero degli incidenti provocati dall’uso improprio del telefono.

In Germania, per esempio, in alcune zone si sta sperimentando l’introduzione di semafori per i pedoni collocati a terra, accanto al bordo del marciapiede, proprio perché il nostro sguardo è spesso rivolto verso il basso; in Cina e a Washington i marciapiedi sono stati divisi in corsie distinte, riservate a chi usa il telefono mentre cammina e a chi non lo usa.

Queste soluzioni, che possono sembrare esagerate, sono stratagemmi che le amministrazioni pubbliche sono state costrette ad introdurre a causa di tantissimi incidenti, sempre in aumento, provocati dall’uso eccessivo del telefono.

Lo spettacolo ci ha poi guidato a scoprire varie curiosità e informazioni.

Quella che ci ha colpito di più riguarda il fatto che il cellulare è un apparecchio elettronico fabbricato con il coltan, che è un materiale che si estrae da grandi miniere, soprattutto in Congo, lì tantissime persone vengono sfruttate per estrarlo e tutti i giorni rischiano la morte.

Abbiamo anche approfondito alcune informazioni sull’applicazione di Whatsapp, specificandone l’età minima per iscriversi, ovvero 16 anni, e parlando dell’importanza delle emoticon per evitare fraintendimenti nella comunicazione on line.

Lo spettacolo – che ha una struttura “circolare” – si è concluso tornando all’episodio iniziale riferito al nonno del protagonista.

Dino ha raccontato di aver sognato di poter tornare dal nonno per chiedergli di aiutarlo, ricevendo, però, in cambio un rifiuto, accompagnato da un gesto in cui il nonno indicava il suo avvitatore elettrico: da quando lo aveva ricevuto in dono, non aveva più bisogno di aiuto.

Il racconto di questo episodio ci ha fatto molto riflettere, perché purtroppo, ai giorni nostri, la tecnologia ci toglie tanti momenti importanti, soprattutto nella nostra infanzia e, se la usiamo male, può finire con l’allontanarci dalle persone che amiamo, venendo meno alla sua funzione, che dovrebbe essere quella di facilitare i contatti con gli altri.

Partecipare allo spettacolo “Felice e sConnesso” è stata una bellissima esperienza, che consigliamo a tutti. Ci ha fatto tanto riflettere su molti aspetti che riguardano l’uso del cellulare.

Spesso, noi ragazzi non pensiamo ai rischi che si nascondono dietro i piccoli gesti banali che, quotidianamente, svolgiamo, soprattutto usando i social network.

Inoltre, per noi giovani, il telefono è diventato quasi una “malattia”: come ci ha fatto notare Dino Colombi, lo usiamo molto con poca prudenza e, quando non lo possediamo o è, semplicemente, scarico, ci sentiamo vuoti, insicuri e indifesi.

Con il cellulare possiamo fare moltissime cose, questo può portare vantaggi, ma anche svantaggi; per esempio, possiamo tenerci in contatto con persone che vivono distanti e questa è una cosa magnifica, ma purtroppo i messaggi che mandiamo, a volte, possono essere interpretati male e dunque possono nascere incomprensioni tra chi li

manda e chi li riceve. Proprio per questo sono state inventate le emoticon, il cui uso corretto è diventato indispensabile.

Questo spettacolo è differente dagli altri che si vedono solitamente a teatro: è molto interessante, ma anche tanto divertente e coinvolgente, perché i veri protagonisti siamo noi. Infatti siamo stati tutti coinvolti in piccole attività, in modo tale da non perdere la nostra attenzione.

Questo aspetto ci è piaciuto tantissimo e ci ha colpito in particolar modo, oltre alla grande capacità di Dino di stare sul palco e di entrare in contatto con tanti ragazzi.

Con semplici parole e schiette, ci ha fatto ragionare e il suo messaggio è arrivato molto chiaro.

Questo ci ha sorpresi, perché il tema al centro dello spettacolo era difficile da recepire per dei ragazzi giovani come noi, che pensano continuamente al telefono ed alla tecnologia, ma Dino è stato veramente bravo ed è riuscito a farci capire pienamente il suo discorso.

Quello che noi, ragazzi di 2 A, vogliamo dire agli altri giovani come noi che amano la tecnologia è che, quando non si ha il telefono, “si aprono gli occhi” e si vede la vera realtà, insomma si vede oltre i tanti filtri che la tecnologia ci mette davanti. E, soprattutto, ricordiamoci che, senza il telefono, si ha una marcia in più!

Grazie mille Dino Colombi!

(Articolo scritto da: Sonia Berizzi, Soukaina Fatihi, Michelle Frosio e Elisabetta Rota di 2 A)

Progetto Cambia-Menti: anche quest’anno il torneo ha preso il via!

Di che si tratta? Di un torneo di buoni comportamenti tra classi dell’Istituto IPSSAR San Pellegrino Terme.
Quale il fine? Cambiare le “menti” del gruppo classe, per avere una ricaduta positiva anche sul rendimento scolastico.
Quest’anno, il torneo riguarda le classi terze e quarte: l’obiettivo è promuovere iniziative e regolamentare aspetti di notevole importanza, come ad esempio l’uso del cellulare in classe o il divieto di fumo.
Mese dopo mese, i ragazzi si devono cimentare in “singolar tenzone” a suon di linguaggio (rispettoso e adeguato al contesto), proponimenti (verso sé stessi e gli altri), atteggiamenti (collaborativi e costruttivi).
Fondamentali i momenti d’incontro tra le classi: gli alunni più fragili possono contare sull’appoggio e sul consiglio di compagni motivati e propositivi, anche in un rapporto 1 a 1 (i cosiddetti tandem= 1 studente che si fa carico di un altro gratuitamente)!!!
L’aspetto più intrigante? Proprio il confronto diretto tra coetanei, da cui devono scaturire possibili soluzioni.
E i docenti… si interpellano? Quando proprio necessario!
In palio, una crescita personale e sociale, all’insegna della buona cittadinanza. Dunque…si dia fuoco alle polveri.
Concludiamo il pezzo con una citazione tratta da L’Attimo fuggente: “ Molti uomini hanno vita di quieta disperazione, non vi rassegnate a questo, guardatevi intorno, osate cambiare, cercate nuove strade ”.

I ragazzi del progetto Cambia-Menti, IPSSAR San Pellegrino Terme

 

UN VIAGGIO NELL’ANTICA GRECIA IN CERCA DELL’AMORE CON TAPPA A SAN PELLEGRINO

Parlare d’amore non è mai semplice, soprattutto alla nostra età e nella nostra epoca.
Noi studenti della 5 A abbiamo provato a farlo con la Prof.ssa Isabella D’Isola, ricercatrice in Scienze dell’Educazione e della Formazione ed autrice del libro Le isole delle meraviglie. Racconti di filosofia per ragazzi (Farina Editore), che abbiamo incontrato presso il nostro Istituto lo scorso 20 marzo.
Il dialogo che ha aperto con noi è stato un punto di partenza per una profonda riflessione su questo argomento.

La natura dell’amore è un tema su cui si dibatte da millenni poiché, sin dall’antichità, gli uomini non riuscivano a comprendere l’origine di quella strana energia irrazionale interiore che li dominava.
Per introdurre il tema, abbiamo osservato molteplici immagini che ritraevano le situazioni più disparate, iniziando da fotografie che ritraevano la bellezza dei corpi, visti come oggetti da “amare”, per arrivare alla dea della Sapienza, Athena, che esprime l’“amore” per la conoscenza.
È stato un percorso guidato, che ha affrontato tutti e quattro gli stadi dell’amore per la bellezza che sono enunciati nell’opera di Platone, individuati dal filosofo Socrate.
Questi quattro stadi sono: l’amore per un bel corpo, l’amore per una bella cosa, l’amore per una bella azione/passione (le immagini che abbiamo visto a questo proposito ritraevano gli “Angeli del Fango”, ovvero i volontari impegnati ad aiutare la popolazione fiorentina quando esondò l’Arno, che esprimevano amore attraverso i loro gesti d’aiuto) ed, infine, l’amore per la Sapienza.

Gli uomini sono attratti dalle cose belle: sin dai tempi antichi, esse scatenano l’amore ma, a seconda del suo oggetto, l’amore può variare.
L’amore per la “bellezza” fisica è immediato ed inspiegabile, ma poco duraturo e spesso confuso con l’amore più profondo.

L’amore per una passione, conserva in sé un aspetto più profondo del precedente, in quanto sappiamo bene quanto la bellezza fisica sia voluttuaria e destinata a finire.
L’apoteosi dell’amore, quello vero, secondo Socrate, sta nella Sapienza, nella curiosità e nella scoperta. In quello che non sappiamo neanche noi cosa sia, ma continuiamo a cercare, rincorrere, evolvere.

Socrate sosteneva che : “Colui che ama è cosa più divina di colui che si lascia amare poiché un dio lo possiede”.
È quasi impossibile comprendere a pieno questo messaggio: siamo così abituati a pensare che l’amore sia semplice, sia tra le persone, mentre invece c’è di più. L’Amore è …
Ognuno può, nella sua mente, completare questa frase secondo le proprie esperienze.
Lo scopo dell’incontro con la professoressa D’Isola era proprio questo, aprire per noi una finestra su un mondo che non si basa su ciò che possiamo vedere e toccare: la filosofia.

Possiamo solo immaginare come sia stato difficile cercare un modo per spiegare in cosa consista questa scienza vecchia di migliaia di anni in sole due ore a chi, come noi, non vi si è mai avvicinato, eppure leggendo i nostri feedback a questo incontro, ci si accorge di come questa esperienza ci abbia aperto la mente ed il cuore ed abbia reso anche noi, inconsapevolmente, un po’ “filosofi”.
Il metodo che la professoressa ha utilizzato ci è stato senza dubbio d’aiuto: vedere la passione scintillare nei suoi occhi mentre ci parlava dell’amore per lo studio e per la conoscenza ha sprigionato una “bellezza” che ci ha rapiti e affascinati a tal punto da lasciarci senza parole.

Perché non estendere l’insegnamento della filosofia? Sarebbe un’esperienza da provare.

I nostri più sentiti ringraziamenti vanno alla professoressa Isabella D’Isola (speriamo di rincontrarla presto, magari per parlare del tema opposto: l’odio), che con pazienza sta raccogliendo le nostre riflessioni ed i nostri feedback sul tema dell’amore, anche quali eventuali contributi al suo prossimo libro, ed alla professoressa Ornella Simonelli che ha organizzato l’incontro.

(Questo articolo è stato scritto da: Flavio Malighetti e Aurora Bertuletti della classe 5 A)

UNITI CONTRO IL BULLISMO

Sabato 17 febbraio, presso la sala ristorante del nostro Istituto, si è tenuto un incontro sul bullismo, sul cyber-bullismo e sui rischi e problemi che derivano dall’utilizzo dei social network.

Vincenzo Vetere e Cristina Passias, che hanno dato vita all’Associazione Contro il Bullismo Scolastico, con grande forza, ci hanno portato la loro testimonianza di ex vittime di bullismo, mostrandoci anche video e foto molto toccanti. Ci hanno fatto capire quanto il bullismo sia negativo e pericoloso sotto tutti gli aspetti, e quanto sia importante parlarne con gli adulti, affrontando l’argomento con delicatezza, ma allo stesso tempo anche con tanta fermezza e coraggio. Gli effetti di questi comportamenti violenti possono causare ferite interiori ed esterne, problemi psicologici e persino la morte.

Vincenzo e Cristina ci hanno, inoltre, spiegato perché un ragazzo fa il bullo: di solito si tratta di una persona fragile che, per non dimostrare questa “debolezza”, si nasconde dietro a una maschera protettiva, mostrando a tutti la sua aggressività “bullizzando” qualcun altro. In questo fenomeno non ci sono solo il bullo e la vittima, ma anche tutte le persone che assistono senza dire nulla: gli spettatori.

L’altra tematica che abbiamo affrontato è quella dei rischi legati all’utilizzo dei social network, o social media. Si tratta di vere e proprie piazze virtuali dove i ragazzi si incontrano, si conoscono, condividono spesso false immagini di sé o, al contrario, tengono un diario sul quale raccontare esperienze e sfogare ogni dolore e che troppo spesso diviene teatro di episodi di violenza verbali, che possono portare anche al suicidio. Sono proprio i social network a fare da esca per il cyber-bullismo.

Un esempio è la storia di Nadia: 14 anni e una vita spezzata una domenica mattina. Si è uccisa gettandosi dall’ex Hotel Palace di Cittadella, in provincia di Padova. Dalla ricostruzione dei fatti è emersa l’amara scoperta degli insulti che riceveva in rete su Ask.fm, un social network molto diffuso tra i giovani: “Ucciditi”, “Non sei normale, curati. Nessuno ti vuole, nessuno”, “Secondo me tu stai bene da sola!!!!!!!!!!! Fai schifo come persona!!!”

Che cosa è accaduto? Che cosa ha portato Nadia a maturare una scelta così drammatica in una cameretta tanto simile alle nostre, dove pensiamo di essere protetti da ogni pericolo? Purtroppo i social – network ed il cyber-bullismo hanno reso anche le nostre case luoghi poco sicuri: sono strumenti troppo potenti e la storia di questa ragazza è solo uno dei tantissimi esempi drammatici, tra i giovani.

L’incontro con Vincenzo e Cristina è stato molto interessante: ci ha fatto riflettere e capire tante cose, ad esempio che ci sono persone molto sensibili che, anche a causa di semplici termini che abitualmente usiamo per scherzare, possono sentirsi ferite. Proprio per questo motivo, i bulli approfittano di questa fragilità per offenderle e commettere così atti di bullismo, che le faranno sentire ancora più indifese.  La cosa che ci colpisce maggiormente, in questa riflessione sul bullismo, sono le persone che restano a guardare, a volte ridendo senza intervenire: gli spettatori. Questo aiuta il bullo a sentirsi appoggiato da tutti e lo spinge a continuare credendosi un “leader”.

Una tema interessante che ha attirato la nostra attenzione è quello dei social network, che noi ragazzi usiamo frequentemente. Prima di questo incontro, non eravamo al corrente di tutti i pericoli presenti, infatti abbiamo iniziato ad usare questi mezzi imitando gli amici più grandi ma senza, appunto, sapere come si usano in sicurezza. Bisogna essere molto attenti e prudenti, perché le caratteristiche di  alcuni spazi social consentono alle persone malintenzionate di “bullizzare” anonimamente altri ragazzi; ne è un esempio Ask. Ci sono, poi, uomini che fingono di essere altre persone, creando profili falsi e commettendo atti di pedofilia ai danni di minori, soprattutto nei confronti delle ragazzine.

Ci ha fatto molto piacere ricevere tutte queste informazioni da un esperto  come Vincenzo, che ci ha fatto pensare e aprire gli occhi su com’è il mondo di Internet. Abbiamo capito che è proprio da noi ragazzi che deve partire un autentico STOP AL BULLISMO!

Vogliamo ringraziare di cuore Vincenzo Vetere e Cristina Passias, che si sono messi in gioco per noi.

Questo articolo è stato scritto da: Sonia Berizzi, Elisabetta Rota e Soukaina Fatihi della classe prima A

VISITA AL BINARIO 21

E se …

E se la SHOAH non fosse solo responsabilità dei tedeschi?

Siamo così abituati ad attribuire la “colpa” del genocidio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale alla Germania, che non ci chiediamo mai quale fu il ruolo dell’Italia…

Dopo il 1943, anno della formazione della Repubblica di Salò, nel nostro Paese iniziò una vera e propria caccia all’ebreo, sfruttando il censimento che Mussolini aveva fatto nel 1938. Non dimentichiamo che gli ebrei in Italia erano presenti da oltre 2000 anni e si erano perfettamente integrati con la società di allora, partecipando attivamente alla vita economica come banchieri, commercianti ecc. Come gli altri italiani, avevano combattuto nella Prima Guerra Mondiale, e molti di loro erano iscritti al Partito Fascista, fatto che testimonia la volontà comune di inserirsi. Come dice Liliana Segre, a  seguito delle leggi razziali, tutti coloro che venivano considerati ebrei (bastava avere un parente ebreo sino alla quarta generazione) venivano perseguitati per “la colpa di essere nati”.

Nonostante tutto, però, in quel periodo la maggior parte della gente sembrava non rendersi conto della gravità di quanto stava accadendo ed accettava una serie di imposizioni fondate su una mentalità insana e senza senso, basata sulla discriminazione sulla base di una “razza” immaginaria. Questo – per gli ebrei – ha significato non avere più nessuna possibilità di lavoro, niente scuola e l’esclusione totale dalla vita sociale … e meno male che gli italiani si consideravano “brava gente”.

La SHOAH italiana conta migliaia di vittime, molte delle quali sono state deportate dalla stazione di Milano, insieme a tanti prigionieri politici. Sono partite dal luogo adibito al carico e scarico della posta, che si trovava sotto la stazione ed era contrassegnato da una grande scritta posta davanti all’uscita dei vagoni: “VIETATO IL TRASPORTO DI PERSONE”.

Purtroppo spesso – in quegli anni – i vagoni, spinti con la forza bruta e sollevati con un montacarichi per agganciarli alla locomotiva posta sui binari sovrastanti, erano colmi di donne, uomini, bambini e anziani ammassati, destinati a viaggi della morte della durata minima di 7 giorni. Giorni senza cibo, ma soprattutto senza acqua, in piena estate come in pieno inverno, con il puzzo degli escrementi che venivano tutti radunati in un secchio in comune, che poteva essere svuotato solo in occasione delle rare tappe durante il percorso. I sopravvissuti, una volta raggiunto il campo di concentramento o di sterminio, venivano divisi: gli uomini da un lato, con la prospettiva di un lavoro duro, in condizioni disumane; mentre le donne, gli anziani e i bambini finivano dall’altro, con un destino segnato … la macchina perfetta della morte: le docce a gas. Si trattava di stanze simili a docce, ma con uno scopo totalmente diverso da una buona doccia calda. Il gas immesso faceva crollare le persone una dopo l’altra, si moriva per soffocamento dopo un’agonia di 10-15 minuti.

Al Memoriale della Shoah di Milano, su un grande muro, sono proiettati i nomi dei deportati dei primi due convogli partiti da questo luogo: nomi di sopravvissuti e vittime che, se fosse loro giunto un semplice gesto d’aiuto, mai ricevuto, avrebbero potuto essere ancora tra noi. Il muro posto all’entrata, sul quale campeggia l’enorme scritta INDIFFERENZA, ci fa riflettere su come sia assurdo che tutto ciò sia potuto accadere sotto gli occhi di tutti, rimasti indifferenti quasi a voler negare quello che stava accadendo proprio lì, proprio in quel momento.

E se non vi fosse stata una tale indifferenza? Si sarebbe potuto fare qualcosa? L’indifferenza, ovviamente, non è da imputare ai soli cittadini milanesi, bensì ad ogni uomo che avrebbe potuto opporsi e soprattutto a coloro che, con le loro decisioni, avrebbero potuto mobilitare forze ben piu grandi dell’azione di un singolo ed eroico Cittadino.

Pensando al periodo storico che stiamo vivendo, molte cose ci fanno temere che qualcosa di simile possa di nuovo accadere anche nel nostro Paese, magari in forme differenti. Razzismo e odio sono all’ordine del giorno. Nell’era dell’informazione, in cui ci muoviamo illudendoci di essere liberi di scegliere e vogliamo essere critici su ogni cosa, esprimendo le nostre idee, dobbiamo stare molto attenti a non dare spazio di nuovo ad ideologie che sono l’espressione del lato disumano ed irrazionale di ognuno di noi. Spesso noi esseri umani non dimentichiamo, siamo fin troppo bravi nel ricordare; il vero problema è che confondiamo e non vogliamo aprire gli occhi al momento giusto, per vedere e capire cosa abbiamo davanti, prendendoci la responsabilità di distinguere il bene dal male, senza che qualcun altro ce lo indichi. Dobbiamo imparare che anche i piccoli gesti di ognuno di noi possono portare ad un grande cambiamento.

Tutte queste riflessioni si intrecciavano nella nostra mente quando, mentre ancora eravamo nel Memoriale, ci siamo riuniti tutti nella stanza della meditazione: una grande sala circolare illuminata da un raggio di luce proveniente dall’esterno, attraverso un‘ampia fessura. Un lieve senso di straniamento ci ha avvolti, al punto che il lieve brusio si è interrotto lasciando spazio al silenzio, silenzio che quasi evocava i calci dei fucili sulle schiene, i pianti dei bambini, le urla delle donne. Poi il rumore del treno sovrastante ci ha riportato alla realtà, inducendoci ad invocare in segreto un Dio, nel quale forse forse non tutti credono, affinché questi orrori non accadano più.

Vogliamo ringraziare la signora Claudia Terracina che, con affetto e pazienza, ci ha accompagnati – e arricchiti con le sue parole – nel percorso di visita del Memoriale della Shoah di Milano, il giorno 8 febbraio 2018.

 

Questo articolo è stato scritto da Aurora Bertuletti, Flavio Malighetti e Paolo Tuttavilla, della classe V A

PICCOLE GUIDE STORICHE

Come fare memoria di un argomento storico abitualmente trattato in pochi paragrafi sui manuali scolastici?

Un’attività di approfondimento, programmata nel periodo di sospensione delle attività didattiche nel mese di gennaio, e la simulazione autogestita di “piccole guide storiche” ai pannelli della mostra “L’Italia e le sue colonie africane”, dal 5 al 10 febbraio 2018, ha dato la possibilità ad alcuni studenti e studentesse di 4G, 5C, 5D e 5H di mettersi alla prova con i compagni dell’Istituto, che avessero prenotato la visita guidata in orario scolastico al guest relation.

La mostra, curata da Maria Laura Cornelli, Daniela Rosa e Rita Tironi, rielaborazione di un progetto “Facciamo pace con le nostre ex – colonie” della Tavola della Pace di Bergamo e del Coordinamento bergamasco Enti Locali per la Pace, e realizzata grazie al sostegno della Fondazione Serughetti Centro Studi e Documentazione La Porta, ci ha permesso non solo di ricostruire il percorso storico delle ex colonie africane, ma soprattutto di scoprire i testi e le immagini d’epoca del patrimonio librario della Biblioteca Civica Angelo Mai di Bergamo, la cui completa digitalizzazione è consultabile collegandosi a questo sito

Il lavoro preparatorio non è stato semplice: prima di tutto lo studio di passi storiografici, tratti dagli storici del colonialismo italiano; in seguito le lezioni di confronto e di approfondimento con i docenti portavoce dell’iniziativa didattica e le esperte esterne, infine la prova generale espositiva davanti ai nove pannelli allestiti nella hall dell’istituto e a conclusione la settimana di simulazione autogestita di “piccola guida”. Purtroppo, non tutte e sette le guide hanno potuto svolgere l’attività nei giorni a loro programmati, soprattutto per la mancata prenotazione da parte di diverse classi ai turni di visita.

Certamente chi ha partecipato sia alle lezioni, sia alle visite guidate come guida o come visitatore, ha ritenuto l’iniziativa molto interessante, non solo per la modalità organizzativa e di allestimento, ma pure per il gioco didattico, inventato dalla Prof.ssa Stefania Spiritelli, e sperimentato durante un turno di visita con premio finale.

A noi studenti ha permesso di scoprire nomi di personaggi storici africani ed italiani, identificandoli e connotandoli nei loro ritratti d’epoca, di capire la differenza tra un ascaro e un dubat, di comprendere i meccanismi autocelebrativi introdotti dal marketing editoriale del tempo, di definire lo spazio geografico e la cronologia di un percorso storico che complessivamente è durato 80 anni, facendoci infine riflettere sulle atrocità e le responsabilità degli atti compiuti.

Sicuramente si meritano un grazie tutti i docenti, che hanno contribuito ad ampliare le nostre conoscenze sull’argomento, mettendoci alla prova nelle capacità espositive, e un applauso  a noi, che ci siamo impegnati per i “visitatori” che, correttamente e pazientemente, ci hanno ascoltato.

Cardone Matteo e Nefzi Sabrin 5^ C

“BULL”: UNA FINESTRA SULL’INCUBO DELLA PERSECUZIONE PSICOLOGICA SUL LUOGO DI LAVORO

Lunedì 22 gennaio 2018, presso una graziosa sala in stile liberty dell’Hotel Bigio, abbiamo avuto l’occasione di assistere ad uno spettacolo molto particolare: “Bull”, realizzato a partire da un testo del drammaturgo inglese Mike Bartlett, grazie al lavoro degli attori Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi e Alessandro Quattro e del regista Fabio Cherstich (produzione Teatro Franco Parenti di Milano).

L’aspetto più coinvolgente dello spettacolo è il fatto che la regia non prevede scenografia e che gli attori recitano in un piccolo spazio ricavato in mezzo al pubblico.

Il tema affrontato dal testo è molto delicato: si mostrano le reazioni di tre dipendenti in attesa della decisione definitiva che decreterà chi dovrà lasciare il posto di lavoro. Due di loro si scagliano, pieni di cattiveria, contro il collega Thomas: il più fragile e timido, la cui distruzione psicologica viene rappresentata davanti ai nostri occhi.

La forte impressione che abbiamo ricavato dalla partecipazione a questo spettacolo ci ha spinto ad effettuare un piccolo approfondimento per conoscere meglio il tema del bullismo e del mobbing, che vi proponiamo.

Il bullismo – in varie forme – è un fenomeno molto diffuso tra gli adolescenti e nasce come violenza, non solo fisica ma anche psicologica, che dà luogo ad atteggiamenti gravissimi nei confronti delle vittime: coloro che vengono percepiti come i più deboli.

Il bullo, in realtà, non è forte come vorrebbe sembrare: spesso, infatti, ha egli stesso delle debolezze, che tiene nascoste o cerca di dissimulare attraverso la violenza.

Talvolta le vittime tengono tutto per sé, arrivando anche a gesti estremi, senza chiedere aiuto per uscire dalla situazione angosciante in cui si trovano.

Possono esserci diverse forme di bullismo, “fisico” e virtuale, e possiamo riscontrale in ambito scolastico e lavorativo.

Il bullismo lavorativo prende il nome di: MOBBING.

Il mobbing è un insieme di comportamenti psicologici e fisici aggressivi, esercitati da un gruppo di persone nei confronti di altri soggetti; questi possono sfociare in una vera e propria violenza psicologica e/o, più raramente, fisica che, prolungata nel tempo, può risultare lesiva della dignità personale e professionale.

Alcuni esempi potrebbero essere: l’emarginazione, oppure il ricorso ad umiliazioni, insulti, aggressioni fisiche e verbali.

L’essere ripetutamente e intenzionalmente messi in situazioni di questo tipo può creare stati psicologici che talvolta sfociano in una risposta violenta o aggressiva.

I singoli atteggiamenti messi in atto nei confronti della vittima di mobbing non necessariamente raggiungono la soglia del reato, ma nell’insieme possono produrre danni, con conseguenze anche gravi sulla salute dell’individuo e sulla sua esistenza, convincendolo di cose non veritiere inerenti alla propria persona.

Il mobbing è di due tipi: verticale e orizzontale; nel primo caso gli abusi sono commessi dai superiori della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima a isolarla e a privarla dell’ordinaria collaborazione, del dialogo e del rispetto.

Può anche accadere che gli atteggiamenti negativi nei confronti di un lavoratore vengano dall’alto e siano finalizzati ad ottenere le sue dimissioni.

In questo caso i colleghi che effettuano il mobbing sono sollecitati in questo senso da un loro superiore, anche se il collega “mobbizzato” non ha fatto loro niente di male. Tutte queste situazioni e, in genere, gli attacchi verbali non sono facilmente traducibili in “prove certe” da utilizzare in un eventuale processo, per cui è anche difficile dimostrare la situazione di aggressione.

Non esiste una legislazione specifica in materia di mobbing, ma questi comportamenti possono rientrare in altri reati, previsti dal codice penale, quali le lesioni personali gravi, che sono perseguibili d’ufficio e si ritengono di fatto sussistenti nel caso di riconoscimento dell’origine professionale di una malattia.

La legge italiana disciplina anche il risarcimento associabile a queste situazioni.

Il primo a parlare di mobbing come condizione di persecuzione psicologica nell’ambiente di lavoro è stato, alla fine degli anni ottanta, lo psicologo svedese Heinz Leymann, che lo ha definito “una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo”.

La Costituzione della Repubblica Italiana tutela la persona in tutte le sue fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore. È compito del datore di lavoro, derivante dall’art. 2087 c.c., tutelare la salute e la personalità morale del dipendente. Un primo disegno di legge del 21 marzo 2002, presentato da senatori di Rifondazione Comunista, è stato ripreso da una commissione tecnico-scientifica nominata dal Ministero della Funzione Pubblica.

Le statistiche riportano dati precisi, nell’ultimo anno 1000 sono le denunce ricevute dagli sportelli antimobbing della UIL; le categorie più esposte risultano: gli impiegati 79%, i diplomati 52% e i laureati 24%.

In media la durata delle azioni mobbizzanti varia da uno a due anni.

Nell’U.E. le persone vittime di questi comportamenti sul posto di lavoro sono all’incirca 12.000.000, pari all’8% degli occupati.

Le statistiche hanno fatto emergere che il sesso più colpito è quello femminile; le donne, infatti, sono più vulnerabili, per via della maternità e del forte legame con la famiglia.

Letti questi dati, non ci sorprende quanto abbiamo visto rappresentato nello  spettacolo “Bull”: ci è stato messo davanti agli occhi un mondo lavorativo sempre più selettivo, che mette in difficoltà i più “deboli”: non necessariamente i meno competenti, spesso i più umani, non abbastanza “vaccinati” contro la cattiveria.

 

Articolo di: Michela Rota, Silvia Sonzogni, Giorgia Gariani e Mattia Arnoldi della classe IV A

LO SPETTACOLO “BULL”COLPISCE AL CUORE I RAGAZZI DELL’IPSSAR DI SAN PELLEGRINO TERME

Il giorno 22 gennaio 2018, gli attori Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi e Alessandro Quattro sono entrati in scena in una deliziosa sala in stile liberty messa a disposizione dall’Hotel Bigio, davanti ad un gruppo di giovani accomodati… sul pavimento.

Non temete: non si è trattato di una scelta sadica per costringerci ad una posizione scomoda, ma della volontà di renderci parte della stessa rappresentazione.

I bravissimi attori si sono mossi all’interno di uno spazio scenico di pochi metri, in mezzo a noi, avvolti dal nostro sguardo attento, senza mai avere la possibilità di prendere fiato.

Il testo messo in scena si intitola “Bull” ed è opera del drammaturgo inglese Mike Bartlett (tradotto da Jacopo Gassmann); la sofisticata regia dello spettacolo, che si basa interamente sul lavoro degli attori e – in teatro – sulle sole luci, in un tentativo assai efficace di abbattere la quarta parete, è di Fabio Cherstich, mentre la produzione è del Teatro Franco Parenti di Milano.

La vicenda ruota attorno ad un avvenimento: l’attesa del repentino licenziamento di un componente del reparto vendite di un’azienda a causa di un ridimensionamento. Nel corso dei circa settanta minuti che precedono il fatto, il pubblico fa conoscenza  con i personaggi: la graziosa Isabelle, l’ultima arrivata nell’azienda, subdola e ipocrita dietro un’apparenza impeccabile, che si allea con Tony, tanto affascinante quanto bugiardo. I due si appoggiano vicendevolmente, quasi guidati dall’istinto, contro Thomas, il collega più fragile e sensibile, che viene messo in minoranza.

Per tutta la durata dello spettacolo, ci siamo aspettati una vittoria finale di Thomas, che lo ripagasse dell’onestà e dell’ingenuità dimostrate a confronto con l’aggressività dei colleghi.

Così ci siamo sentiti sgomenti quando, alla fine, questo non è avvenuto. Thomas, col quale avevamo simpatizzato, è stato, al contrario, licenziato dal suo capo. Un finale estremamente realistico: spesso, nella vita, non esiste un lieto fine e i buoni non sempre vengono premiati.

Ad una riflessione più attenta, i quattro personaggi rivelano caratteristiche ben distinte e quasi contraddittorie; Tony, team leader del gruppo, sfoggia l’immagine di un uomo affascinante e disinvolto, ma nasconde in sé molte insicurezze, che a tratti traspaiono dal suo comportamento, così come la giovane ed attraente donna in carriera Isabel, sua sottoposta, lascia trapelare un animo insicuro e timoroso, in vista del rischio condiviso di venir “divorati” dalle “fauci” del ridimensionamento aziendale.

A causa dell’ansia e della pressione scaturite da questo evento, i due rivelano i loro lati più subdoli e ambigui, che usano come armi contro Thomas: Isabelle, freddissima, assume atteggiamenti aggressivi e lascia, per un brevissimo istante, nello spettatore, l’impressione di essere consapevole del suo meschino comportamento; ma riconoscerlo non la ferma.

Tony sembra trasformarsi in un leone dominante che infierisce contro la sua preda: Thomas, il terzo membro del team. Questi è incapace di controllare a pieno e nascondere le proprie emozioni e, attraverso il linguaggio del corpo, tradisce le sue insicurezze e le sue paure.

Il povero Thomas finisce con l’essere licenziato dal quarto ed ultimo personaggio: il responsabile delle risorse umane dell’azienda, uomo al quale poco importa di comprendere a fondo le realtà umane dei membri del team, poiché “ciò che conta – per lui –  sono i risultati”. Egli rappresenta così, fedelmente, un simbolo dell’attuale mondo del lavoro.

“Bull” è un testo cinico, schietto, atipico, diretto: inizia e finisce senza cambiamenti di prospettiva, ciò che doveva accadere accade, senza lasciare spazio al lieto fine, alla rivalsa del più debole che sconfigge il più potente.

Questo spettacolo ha messo davanti ai nostri occhi una situazione che non appartiene solo all’ambiente lavorativo, ma anche alla scuola, in cui, talvolta, i ”forti” si alleano per poter apparire migliori degli altri, sfruttando le debolezze di chi considerano una preda facile.

“Bull” è così: realistico quanto spietato.

Mostra queste situazioni non tanto per dare consigli a chi ne è vittima, perché, nel testo, non abbiamo trovato suggerimenti, ma vuole sensibilizzare gli spettatori tramite la rabbia ed il disgusto che si provano vedendo una persona, sia pure sconosciuta, presa di mira senza motivi apparenti.

Questo effetto, la forza dello spettacolo, è possibile grazie all’assenza della quarta parete, che permette agli spettatori di sentirsi parte della situazione, riflettendo, come attraverso uno specchio, le emozioni e i sentimenti dei personaggi interpretati.

Proprio quella rabbia ci ha portato a ragionare, a chiederci: “anch’io mi comporto così?”; oppure: “ma se fossi io la vittima?”

Ci siamo resi conto che non sempre ci si accorge di essere preda o predatore, proprio come Thomas, che si rende conto solo alla fine di essere al centro di una cospirazione organizzata dai suoi colleghi di lavoro.

VOGLIAMO RINGRAZIARE

  • Gli attori Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi e Alessandro Quattro, che non soltanto hanno dimostrato una straordinaria bravura, ma anche gentilezza e pazienza, fermandosi dopo lo spettacolo per discutere con noi ragazzi le tematiche affrontate;
  • Lisa Momenté e Nicola Voso del Teatro Franco Parenti, che hanno messo a disposizione la loro competenza perché tutto si svolgesse senza intoppi
  • La signora Francesca dell’Hotel Bigio di San Pellegrino, gentile e sollecita nell’organizzare lo spazio
  • La nostra professoressa, Ornella Simonelli, che, con l’aiuto delle colleghe Rita Bella, Santa Rapisarda e Alma Gandi, ha organizzato l’evento
  • Il prof. Roberto Marconi, che si occupa del blog
  • Il tecnico del nostro Istituto, Claudio Pesenti, che ha seguito l’evento e scattato le foto
  • Il nostro Dirigente Scolastico, ultimo ma non meno importante, che ha approvato l’attività

Hanno lavorato per voi, per realizzare questo articolo:

Aurora Bertuletti, Flavio Malighetti e Paolo Tuttavilla della classe V A

LILIANA SEGRE: UNA SENATRICE CHE COMBATTE L’INDIFFERENZA ATTRAVERSO LA MEMORIA

Il 19 gennaio è stata nominata senatrice a vita, all’età di 87 anni, la signora Liliana Segre, per “aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”, secondo la motivazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Questa è una scelta giusta, perché Liliana Segre si impegna da sempre per trasmettere ai giovani la sua esperienza.

Quando abbiamo letto questa notizia, abbiamo pensato che fosse utile ripercorrere la sua storia, per comprendere meglio chi è la signora Liliana; vogliamo condividere con voi quello che abbiamo imparato, perché ci aiuti a riflettere sul tema della memoria.

Liliana Segre è nata a Milano il 10 settembre 1930, da una famiglia ebraica non praticante.
Per questo motivo, è cresciuta come una qualsiasi bambina italiana e senza alcuna consapevolezza religiosa. Viveva con il suo papà, Alberto, e con i nonni paterni, senza alcun problema, fino all’età di 13 anni: purtroppo la sua mamma era morta quando lei aveva soltanto un anno.
È venuta a conoscenza di essere ebrea soltanto quando suo padre, un giorno, mentre mangiavano, le ha spiegato che non avrebbe più potuto andare a scuola.
Questo è avvenuto quando era ancora un’innocente bambina, che non poteva capire cosa stesse succedendo nella sua vita.
In poco tempo si è ritrovata sola, senza nessuna compagna di giochi con cui potersi confidare .
È successo tutto velocemente, dopo l’emanazione delle Leggi razziste.
La sua famiglia ha provato anche a cercare rifugio in Svizzera, però l’aiuto gli è stato negato.
Al ritorno dal viaggio della speranza verso la Svizzera, Liliana e i suoi famigliari sono stati arrestati dai tedeschi e sono rimasti a Milano, in carcere, per quaranta giorni.
Una data indimenticabile per Liliana Segre è il 30 gennaio 1944, quando è stata deportata; insieme al padre, dal Binario 21 della stazione di Milano è partita con un convoglio diretto ad Auschwitz.
La signora Liliana, ogni volta che racconta questa vicenda, sottolinea che i deportati partivano dal Binario 21, che è un luogo sotterraneo, in modo che nessun milanese potesse vedere come venivano trattati gli ebrei ed i prigionieri politici.
Questo viaggio durava una settimana e c’erano circa 60 persone per vagone.
I treni usati erano quelli destinati al trasporto del bestiame; per terra c’era della paglia e un secchio fungeva da gabinetto.
Le condizioni erano disumane e, per questo, molte persone morivano durante il trasporto.
Appena Liliana è arrivata nel campo, le è stato tatuato il numero 75190 sull’avambraccio: nessuno, ad Auschwitz, veniva chiamato per nome, ognuno era contrassegnato con delle cifre.
Liliana è l’unica della sua famiglia che è sopravvissuta.
All’arrivo è stata separata dal padre, che non ha rivisto mai più, perché è stato ucciso il giorno seguente.
Le è stato spiegato subito, da ragazze che erano arrivate prima di lei, che l’odore che si sentiva di carne bruciata veniva dal crematorio e che, se avessero detto un sì o un no nel momento sbagliato, sarebbero diventate anche loro cenere.
Per questo motivo Liliana parlava molto poco; eseguiva quello che le chiedevano le guardie per paura di essere uccisa, di essere picchiata o messa in punizione, come è successo ad alcune ragazze.
Nonostante tutto questo, Liliana ha avuto molta fortuna perché, avendo le mani piccole, è stata considerata molto utile per lavorare in una fabbrica di munizioni.
Nel gennaio 1945 è stata costretta ad effettuare la “marcia della morte” verso la Germania dove, all’inizio di maggio, è stata liberata dall’ Armata Rossa ed è stata una dei 25 bambini sotto i 14 anni che sono sopravvissuti all’Olocausto.
È tornata in Italia e ha vissuto con i nonni materni, conservando dentro di sé i segni di tutto l’orrore che aveva visto e subito.
Solo all’inizio degli anni ’90 ha deciso di parlare e raccontare ciò che le era successo. Dopo aver rotto il silenzio, una delle scelte che ha preso è stata quella di scrivere tre libri per ragazzi, perché, come lei stessa afferma: “Chi meglio dei bambini può capire il dolore che provano altri bambini?”
Oltre alla scrittura, ha deciso di raccontare di persona la sua esperienza nelle scuole, a ragazzi che potrebbero considerarla la loro nonna, per raccontare come, per delle “folli” leggi razziste, lei ha rischiato di morire e ha perso i suoi cari.

Liliana Segre è una donna di 87 anni che merita ammirazione per la sua forza di volontà, per tutto quello che ha passato. Grazie alle sue testimonianze, rivolte anche agli adolescenti, riesce a trasmettere le sue emozioni a tutti. Quello che fa è molto importante, perché spiega la sua esperienza, che è unica: racconta tutte le atrocità che ha visto, quando aveva solo 13 anni.

Liliana Segre, Tatiana e Andra Bucci, Nedo Fiano, Armando Gasiani e Piero Terracina hanno vissuto la deportazione e le atrocità del campo di concentramento di Auschwitz e sono fra le pochissime persone che possono ancora raccontare le loro esperienze.

Quello che preoccupa maggiormente la signora Liliana è che ormai i pochi sopravvissuti rimasti sono molto anziani: quando non ci sarà più nessuno di loro, molti dimenticheranno e non sapranno realmente quello che è accaduto. A causa della mancanza di informazioni e dell’ignoranza, si potrebbero compiere di nuovo gli stessi sbagli.
Per questo Liliana Segre è fra coloro che hanno fortemente voluto la costruzione del Memoriale della Shoah, presso il Binario 21: per combattere l’indifferenza, che è il nemico peggiore della giustizia. La memoria è fondamentale, per costruire un mondo più giusto.

Per concludere, vogliamo proporvi una frase della signora Liliana che fa molto riflettere, queste sono le sue parole: “Chi erano queste 605 persone, di quel giorno di cui facevo parte anch’io? Erano persone che non avevano fatto altro che essere nate, perché la nostra colpa era quella.”
Sono parole toccanti, perché sono le uniche che possono spiegare il perché di quanto è accaduto.

Lei è stata molto fortunata, perché è riuscita a sopravvivere. Non c’erano delle motivazioni fondate per giustificare la deportazione e l’uccisione di tantissimi ebrei. Questi fatti non avrebbero mai dovuto accadere, perché siamo tutti uguali, con gli stessi diritti.
Gli uomini nascono liberi e non bisogna giudicare nessuno per la sua religione.

Hanno lavorato per voi: Jessica Manzoni e Alessia Busi di IV A

PROGETTO CAMBIA-MENTI

 

Il Motto

“A.A.A. Cercasi studenti  di BUONA CONDOTTA” disposti a metterla in comune.

Il Progetto in sintesi

Questo Progetto vuole promuovere la buona condotta scolastica come esperienza di cittadinanza attiva, in modo che la costruzione della persona abbia una ricaduta positiva sul rendimento scolastico e sulla condotta.

QUANDO: Anno scolastico 2016 – 2017: è partita la sperimentazione, su quattro classi. Nel biennio successivo, sarà estesa all’intero Istituto.
CHI: Due classi seconde e due classi quarte hanno iniziato la sperimentazione, nel mese di ottobre.
COSA : Torneo di buona condotta. Lo scorso anno scolastico ha coinvolto due classi quarte, all’interno  delle quali si sono evidenziati buoni comportamenti “civili” da parte di  studenti, che sono diventati una preziosa risorsa per l’intera classe che partecipa al torneo. Dapprima, loro stessi sono stati aiutati dai docenti a comprendere la reale portata, il valore dei buoni comportamenti agiti nel quotidiano e, in seguito, due di loro sono stati invitati ad accompagnare altri due studenti delle classi seconde più fragili o “in difficoltà”.

Gli studenti imparano come muovere i primi passi di cittadinanza e ne divengono gradualmente più consapevoli,  attraverso incontri prestabiliti, attività condivise, in modo che sia visibile, prima a loro stessi, il percorso che hanno maturato, per renderlo disponibile ad altri e stimolare la generosità e la cooperazione attraverso il “regalo” di accompagnare chi è più fragile.

PERCHÉ: Restituire significato e lucentezza  ai valori di cittadinanza. Lo studente responsabile e consapevole possiede qualche cosa, la buona condotta, che non si può acquistare e che si può solo imparare da chi è così generoso da offrirla. Si favorisce, quindi, la capacità di comprendere/distinguere che vi sono cose che non si possono comprare e la Buona condotta è proprio  una di queste. La buona condotta non è smettere di discutere, ma conoscere come comunicare le proprie ragioni; la buona condotta supera le pareti della nostra scuola e si diffonde per strada, nei bus, nelle discoteche, nei bar, nei social network; la buona condotta è davvero un valore che può contagiare il nostro modello di convivenza quotidiano, entrando nelle nostre case. Non ha religione, non ha ideologia politica, non ha colore di pelle, ma è fatta di cuore “intelligente” e di testa.

Chi tra gli studenti ha già raggiunto l’obiettivo “studente responsabile e consapevole” viene valorizzato quale “persona che accompagna” gli studenti in difficoltà, più fragili, oppure quelli convinti che essere rispettosi e responsabili  sia una disdicevole modalità di conformarsi al volere degli adulti,  invece che un tratto distintivo di merito personale.

COME: Stimolare una competizione collaborativa:  gli studenti, guidati dagli insegnanti, scrivono un Decalogo di Buoni Comportamenti, che devono essere rispettati da tutti. Si guadagnano o si perdono punti in ragione del rispetto del Decalogo dei Buoni Comportamenti! Tutti hanno interesse ad aumentare il proprio punteggio di Classe, in particolare i tandem: coppie di studenti che lavorano insieme per costruire un rapporto basato sul rispetto e sul sostegno reciproco per  uno “studio” speciale.

Ogni piccolo quotidiano successo, ogni azione buona, viene diffusa con un cinguettio (Tweet) ed un commento sull’ hashtag #COnTEstaBuonaCondotta. Anche il rilievo di Cattivi comportamenti che gli studenti incontrano/vedono e qualificano come tali, offre spunti contenuti sui quali si organizzano brevi incontri ed interventi condotti da/fra gli studenti con la supervisione degli insegnanti. Questi ultimi, infatti, sono gli allenatori qualificati a sostenere, anche con approfondimenti sintetici di conoscenze/letture, il lavoro dei tandem e a monitorarne i progressi.


Gli studenti sono gli attori…

Gli insegnanti la guida, il sostegno, la forza, l’ascolto e, soprattutto, l’esempio!