LILIANA SEGRE: UNA SENATRICE CHE COMBATTE L’INDIFFERENZA ATTRAVERSO LA MEMORIA

Il 19 gennaio è stata nominata senatrice a vita, all’età di 87 anni, la signora Liliana Segre, per “aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”, secondo la motivazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Questa è una scelta giusta, perché Liliana Segre si impegna da sempre per trasmettere ai giovani la sua esperienza.

Quando abbiamo letto questa notizia, abbiamo pensato che fosse utile ripercorrere la sua storia, per comprendere meglio chi è la signora Liliana; vogliamo condividere con voi quello che abbiamo imparato, perché ci aiuti a riflettere sul tema della memoria.

Liliana Segre è nata a Milano il 10 settembre 1930, da una famiglia ebraica non praticante.
Per questo motivo, è cresciuta come una qualsiasi bambina italiana e senza alcuna consapevolezza religiosa. Viveva con il suo papà, Alberto, e con i nonni paterni, senza alcun problema, fino all’età di 13 anni: purtroppo la sua mamma era morta quando lei aveva soltanto un anno.
È venuta a conoscenza di essere ebrea soltanto quando suo padre, un giorno, mentre mangiavano, le ha spiegato che non avrebbe più potuto andare a scuola.
Questo è avvenuto quando era ancora un’innocente bambina, che non poteva capire cosa stesse succedendo nella sua vita.
In poco tempo si è ritrovata sola, senza nessuna compagna di giochi con cui potersi confidare .
È successo tutto velocemente, dopo l’emanazione delle Leggi razziste.
La sua famiglia ha provato anche a cercare rifugio in Svizzera, però l’aiuto gli è stato negato.
Al ritorno dal viaggio della speranza verso la Svizzera, Liliana e i suoi famigliari sono stati arrestati dai tedeschi e sono rimasti a Milano, in carcere, per quaranta giorni.
Una data indimenticabile per Liliana Segre è il 30 gennaio 1944, quando è stata deportata; insieme al padre, dal Binario 21 della stazione di Milano è partita con un convoglio diretto ad Auschwitz.
La signora Liliana, ogni volta che racconta questa vicenda, sottolinea che i deportati partivano dal Binario 21, che è un luogo sotterraneo, in modo che nessun milanese potesse vedere come venivano trattati gli ebrei ed i prigionieri politici.
Questo viaggio durava una settimana e c’erano circa 60 persone per vagone.
I treni usati erano quelli destinati al trasporto del bestiame; per terra c’era della paglia e un secchio fungeva da gabinetto.
Le condizioni erano disumane e, per questo, molte persone morivano durante il trasporto.
Appena Liliana è arrivata nel campo, le è stato tatuato il numero 75190 sull’avambraccio: nessuno, ad Auschwitz, veniva chiamato per nome, ognuno era contrassegnato con delle cifre.
Liliana è l’unica della sua famiglia che è sopravvissuta.
All’arrivo è stata separata dal padre, che non ha rivisto mai più, perché è stato ucciso il giorno seguente.
Le è stato spiegato subito, da ragazze che erano arrivate prima di lei, che l’odore che si sentiva di carne bruciata veniva dal crematorio e che, se avessero detto un sì o un no nel momento sbagliato, sarebbero diventate anche loro cenere.
Per questo motivo Liliana parlava molto poco; eseguiva quello che le chiedevano le guardie per paura di essere uccisa, di essere picchiata o messa in punizione, come è successo ad alcune ragazze.
Nonostante tutto questo, Liliana ha avuto molta fortuna perché, avendo le mani piccole, è stata considerata molto utile per lavorare in una fabbrica di munizioni.
Nel gennaio 1945 è stata costretta ad effettuare la “marcia della morte” verso la Germania dove, all’inizio di maggio, è stata liberata dall’ Armata Rossa ed è stata una dei 25 bambini sotto i 14 anni che sono sopravvissuti all’Olocausto.
È tornata in Italia e ha vissuto con i nonni materni, conservando dentro di sé i segni di tutto l’orrore che aveva visto e subito.
Solo all’inizio degli anni ’90 ha deciso di parlare e raccontare ciò che le era successo. Dopo aver rotto il silenzio, una delle scelte che ha preso è stata quella di scrivere tre libri per ragazzi, perché, come lei stessa afferma: “Chi meglio dei bambini può capire il dolore che provano altri bambini?”
Oltre alla scrittura, ha deciso di raccontare di persona la sua esperienza nelle scuole, a ragazzi che potrebbero considerarla la loro nonna, per raccontare come, per delle “folli” leggi razziste, lei ha rischiato di morire e ha perso i suoi cari.

Liliana Segre è una donna di 87 anni che merita ammirazione per la sua forza di volontà, per tutto quello che ha passato. Grazie alle sue testimonianze, rivolte anche agli adolescenti, riesce a trasmettere le sue emozioni a tutti. Quello che fa è molto importante, perché spiega la sua esperienza, che è unica: racconta tutte le atrocità che ha visto, quando aveva solo 13 anni.

Liliana Segre, Tatiana e Andra Bucci, Nedo Fiano, Armando Gasiani e Piero Terracina hanno vissuto la deportazione e le atrocità del campo di concentramento di Auschwitz e sono fra le pochissime persone che possono ancora raccontare le loro esperienze.

Quello che preoccupa maggiormente la signora Liliana è che ormai i pochi sopravvissuti rimasti sono molto anziani: quando non ci sarà più nessuno di loro, molti dimenticheranno e non sapranno realmente quello che è accaduto. A causa della mancanza di informazioni e dell’ignoranza, si potrebbero compiere di nuovo gli stessi sbagli.
Per questo Liliana Segre è fra coloro che hanno fortemente voluto la costruzione del Memoriale della Shoah, presso il Binario 21: per combattere l’indifferenza, che è il nemico peggiore della giustizia. La memoria è fondamentale, per costruire un mondo più giusto.

Per concludere, vogliamo proporvi una frase della signora Liliana che fa molto riflettere, queste sono le sue parole: “Chi erano queste 605 persone, di quel giorno di cui facevo parte anch’io? Erano persone che non avevano fatto altro che essere nate, perché la nostra colpa era quella.”
Sono parole toccanti, perché sono le uniche che possono spiegare il perché di quanto è accaduto.

Lei è stata molto fortunata, perché è riuscita a sopravvivere. Non c’erano delle motivazioni fondate per giustificare la deportazione e l’uccisione di tantissimi ebrei. Questi fatti non avrebbero mai dovuto accadere, perché siamo tutti uguali, con gli stessi diritti.
Gli uomini nascono liberi e non bisogna giudicare nessuno per la sua religione.

Hanno lavorato per voi: Jessica Manzoni e Alessia Busi di IV A