“BULL”: UNA FINESTRA SULL’INCUBO DELLA PERSECUZIONE PSICOLOGICA SUL LUOGO DI LAVORO

Lunedì 22 gennaio 2018, presso una graziosa sala in stile liberty dell’Hotel Bigio, abbiamo avuto l’occasione di assistere ad uno spettacolo molto particolare: “Bull”, realizzato a partire da un testo del drammaturgo inglese Mike Bartlett, grazie al lavoro degli attori Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi e Alessandro Quattro e del regista Fabio Cherstich (produzione Teatro Franco Parenti di Milano).

L’aspetto più coinvolgente dello spettacolo è il fatto che la regia non prevede scenografia e che gli attori recitano in un piccolo spazio ricavato in mezzo al pubblico.

Il tema affrontato dal testo è molto delicato: si mostrano le reazioni di tre dipendenti in attesa della decisione definitiva che decreterà chi dovrà lasciare il posto di lavoro. Due di loro si scagliano, pieni di cattiveria, contro il collega Thomas: il più fragile e timido, la cui distruzione psicologica viene rappresentata davanti ai nostri occhi.

La forte impressione che abbiamo ricavato dalla partecipazione a questo spettacolo ci ha spinto ad effettuare un piccolo approfondimento per conoscere meglio il tema del bullismo e del mobbing, che vi proponiamo.

Il bullismo – in varie forme – è un fenomeno molto diffuso tra gli adolescenti e nasce come violenza, non solo fisica ma anche psicologica, che dà luogo ad atteggiamenti gravissimi nei confronti delle vittime: coloro che vengono percepiti come i più deboli.

Il bullo, in realtà, non è forte come vorrebbe sembrare: spesso, infatti, ha egli stesso delle debolezze, che tiene nascoste o cerca di dissimulare attraverso la violenza.

Talvolta le vittime tengono tutto per sé, arrivando anche a gesti estremi, senza chiedere aiuto per uscire dalla situazione angosciante in cui si trovano.

Possono esserci diverse forme di bullismo, “fisico” e virtuale, e possiamo riscontrale in ambito scolastico e lavorativo.

Il bullismo lavorativo prende il nome di: MOBBING.

Il mobbing è un insieme di comportamenti psicologici e fisici aggressivi, esercitati da un gruppo di persone nei confronti di altri soggetti; questi possono sfociare in una vera e propria violenza psicologica e/o, più raramente, fisica che, prolungata nel tempo, può risultare lesiva della dignità personale e professionale.

Alcuni esempi potrebbero essere: l’emarginazione, oppure il ricorso ad umiliazioni, insulti, aggressioni fisiche e verbali.

L’essere ripetutamente e intenzionalmente messi in situazioni di questo tipo può creare stati psicologici che talvolta sfociano in una risposta violenta o aggressiva.

I singoli atteggiamenti messi in atto nei confronti della vittima di mobbing non necessariamente raggiungono la soglia del reato, ma nell’insieme possono produrre danni, con conseguenze anche gravi sulla salute dell’individuo e sulla sua esistenza, convincendolo di cose non veritiere inerenti alla propria persona.

Il mobbing è di due tipi: verticale e orizzontale; nel primo caso gli abusi sono commessi dai superiori della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima a isolarla e a privarla dell’ordinaria collaborazione, del dialogo e del rispetto.

Può anche accadere che gli atteggiamenti negativi nei confronti di un lavoratore vengano dall’alto e siano finalizzati ad ottenere le sue dimissioni.

In questo caso i colleghi che effettuano il mobbing sono sollecitati in questo senso da un loro superiore, anche se il collega “mobbizzato” non ha fatto loro niente di male. Tutte queste situazioni e, in genere, gli attacchi verbali non sono facilmente traducibili in “prove certe” da utilizzare in un eventuale processo, per cui è anche difficile dimostrare la situazione di aggressione.

Non esiste una legislazione specifica in materia di mobbing, ma questi comportamenti possono rientrare in altri reati, previsti dal codice penale, quali le lesioni personali gravi, che sono perseguibili d’ufficio e si ritengono di fatto sussistenti nel caso di riconoscimento dell’origine professionale di una malattia.

La legge italiana disciplina anche il risarcimento associabile a queste situazioni.

Il primo a parlare di mobbing come condizione di persecuzione psicologica nell’ambiente di lavoro è stato, alla fine degli anni ottanta, lo psicologo svedese Heinz Leymann, che lo ha definito “una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo”.

La Costituzione della Repubblica Italiana tutela la persona in tutte le sue fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore. È compito del datore di lavoro, derivante dall’art. 2087 c.c., tutelare la salute e la personalità morale del dipendente. Un primo disegno di legge del 21 marzo 2002, presentato da senatori di Rifondazione Comunista, è stato ripreso da una commissione tecnico-scientifica nominata dal Ministero della Funzione Pubblica.

Le statistiche riportano dati precisi, nell’ultimo anno 1000 sono le denunce ricevute dagli sportelli antimobbing della UIL; le categorie più esposte risultano: gli impiegati 79%, i diplomati 52% e i laureati 24%.

In media la durata delle azioni mobbizzanti varia da uno a due anni.

Nell’U.E. le persone vittime di questi comportamenti sul posto di lavoro sono all’incirca 12.000.000, pari all’8% degli occupati.

Le statistiche hanno fatto emergere che il sesso più colpito è quello femminile; le donne, infatti, sono più vulnerabili, per via della maternità e del forte legame con la famiglia.

Letti questi dati, non ci sorprende quanto abbiamo visto rappresentato nello  spettacolo “Bull”: ci è stato messo davanti agli occhi un mondo lavorativo sempre più selettivo, che mette in difficoltà i più “deboli”: non necessariamente i meno competenti, spesso i più umani, non abbastanza “vaccinati” contro la cattiveria.

 

Articolo di: Michela Rota, Silvia Sonzogni, Giorgia Gariani e Mattia Arnoldi della classe IV A

LO SPETTACOLO “BULL”COLPISCE AL CUORE I RAGAZZI DELL’IPSSAR DI SAN PELLEGRINO TERME

Il giorno 22 gennaio 2018, gli attori Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi e Alessandro Quattro sono entrati in scena in una deliziosa sala in stile liberty messa a disposizione dall’Hotel Bigio, davanti ad un gruppo di giovani accomodati… sul pavimento.

Non temete: non si è trattato di una scelta sadica per costringerci ad una posizione scomoda, ma della volontà di renderci parte della stessa rappresentazione.

I bravissimi attori si sono mossi all’interno di uno spazio scenico di pochi metri, in mezzo a noi, avvolti dal nostro sguardo attento, senza mai avere la possibilità di prendere fiato.

Il testo messo in scena si intitola “Bull” ed è opera del drammaturgo inglese Mike Bartlett (tradotto da Jacopo Gassmann); la sofisticata regia dello spettacolo, che si basa interamente sul lavoro degli attori e – in teatro – sulle sole luci, in un tentativo assai efficace di abbattere la quarta parete, è di Fabio Cherstich, mentre la produzione è del Teatro Franco Parenti di Milano.

La vicenda ruota attorno ad un avvenimento: l’attesa del repentino licenziamento di un componente del reparto vendite di un’azienda a causa di un ridimensionamento. Nel corso dei circa settanta minuti che precedono il fatto, il pubblico fa conoscenza  con i personaggi: la graziosa Isabelle, l’ultima arrivata nell’azienda, subdola e ipocrita dietro un’apparenza impeccabile, che si allea con Tony, tanto affascinante quanto bugiardo. I due si appoggiano vicendevolmente, quasi guidati dall’istinto, contro Thomas, il collega più fragile e sensibile, che viene messo in minoranza.

Per tutta la durata dello spettacolo, ci siamo aspettati una vittoria finale di Thomas, che lo ripagasse dell’onestà e dell’ingenuità dimostrate a confronto con l’aggressività dei colleghi.

Così ci siamo sentiti sgomenti quando, alla fine, questo non è avvenuto. Thomas, col quale avevamo simpatizzato, è stato, al contrario, licenziato dal suo capo. Un finale estremamente realistico: spesso, nella vita, non esiste un lieto fine e i buoni non sempre vengono premiati.

Ad una riflessione più attenta, i quattro personaggi rivelano caratteristiche ben distinte e quasi contraddittorie; Tony, team leader del gruppo, sfoggia l’immagine di un uomo affascinante e disinvolto, ma nasconde in sé molte insicurezze, che a tratti traspaiono dal suo comportamento, così come la giovane ed attraente donna in carriera Isabel, sua sottoposta, lascia trapelare un animo insicuro e timoroso, in vista del rischio condiviso di venir “divorati” dalle “fauci” del ridimensionamento aziendale.

A causa dell’ansia e della pressione scaturite da questo evento, i due rivelano i loro lati più subdoli e ambigui, che usano come armi contro Thomas: Isabelle, freddissima, assume atteggiamenti aggressivi e lascia, per un brevissimo istante, nello spettatore, l’impressione di essere consapevole del suo meschino comportamento; ma riconoscerlo non la ferma.

Tony sembra trasformarsi in un leone dominante che infierisce contro la sua preda: Thomas, il terzo membro del team. Questi è incapace di controllare a pieno e nascondere le proprie emozioni e, attraverso il linguaggio del corpo, tradisce le sue insicurezze e le sue paure.

Il povero Thomas finisce con l’essere licenziato dal quarto ed ultimo personaggio: il responsabile delle risorse umane dell’azienda, uomo al quale poco importa di comprendere a fondo le realtà umane dei membri del team, poiché “ciò che conta – per lui –  sono i risultati”. Egli rappresenta così, fedelmente, un simbolo dell’attuale mondo del lavoro.

“Bull” è un testo cinico, schietto, atipico, diretto: inizia e finisce senza cambiamenti di prospettiva, ciò che doveva accadere accade, senza lasciare spazio al lieto fine, alla rivalsa del più debole che sconfigge il più potente.

Questo spettacolo ha messo davanti ai nostri occhi una situazione che non appartiene solo all’ambiente lavorativo, ma anche alla scuola, in cui, talvolta, i ”forti” si alleano per poter apparire migliori degli altri, sfruttando le debolezze di chi considerano una preda facile.

“Bull” è così: realistico quanto spietato.

Mostra queste situazioni non tanto per dare consigli a chi ne è vittima, perché, nel testo, non abbiamo trovato suggerimenti, ma vuole sensibilizzare gli spettatori tramite la rabbia ed il disgusto che si provano vedendo una persona, sia pure sconosciuta, presa di mira senza motivi apparenti.

Questo effetto, la forza dello spettacolo, è possibile grazie all’assenza della quarta parete, che permette agli spettatori di sentirsi parte della situazione, riflettendo, come attraverso uno specchio, le emozioni e i sentimenti dei personaggi interpretati.

Proprio quella rabbia ci ha portato a ragionare, a chiederci: “anch’io mi comporto così?”; oppure: “ma se fossi io la vittima?”

Ci siamo resi conto che non sempre ci si accorge di essere preda o predatore, proprio come Thomas, che si rende conto solo alla fine di essere al centro di una cospirazione organizzata dai suoi colleghi di lavoro.

VOGLIAMO RINGRAZIARE

  • Gli attori Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi e Alessandro Quattro, che non soltanto hanno dimostrato una straordinaria bravura, ma anche gentilezza e pazienza, fermandosi dopo lo spettacolo per discutere con noi ragazzi le tematiche affrontate;
  • Lisa Momenté e Nicola Voso del Teatro Franco Parenti, che hanno messo a disposizione la loro competenza perché tutto si svolgesse senza intoppi
  • La signora Francesca dell’Hotel Bigio di San Pellegrino, gentile e sollecita nell’organizzare lo spazio
  • La nostra professoressa, Ornella Simonelli, che, con l’aiuto delle colleghe Rita Bella, Santa Rapisarda e Alma Gandi, ha organizzato l’evento
  • Il prof. Roberto Marconi, che si occupa del blog
  • Il tecnico del nostro Istituto, Claudio Pesenti, che ha seguito l’evento e scattato le foto
  • Il nostro Dirigente Scolastico, ultimo ma non meno importante, che ha approvato l’attività

Hanno lavorato per voi, per realizzare questo articolo:

Aurora Bertuletti, Flavio Malighetti e Paolo Tuttavilla della classe V A