VISITA AL BINARIO 21

E se …

E se la SHOAH non fosse solo responsabilità dei tedeschi?

Siamo così abituati ad attribuire la “colpa” del genocidio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale alla Germania, che non ci chiediamo mai quale fu il ruolo dell’Italia…

Dopo il 1943, anno della formazione della Repubblica di Salò, nel nostro Paese iniziò una vera e propria caccia all’ebreo, sfruttando il censimento che Mussolini aveva fatto nel 1938. Non dimentichiamo che gli ebrei in Italia erano presenti da oltre 2000 anni e si erano perfettamente integrati con la società di allora, partecipando attivamente alla vita economica come banchieri, commercianti ecc. Come gli altri italiani, avevano combattuto nella Prima Guerra Mondiale, e molti di loro erano iscritti al Partito Fascista, fatto che testimonia la volontà comune di inserirsi. Come dice Liliana Segre, a  seguito delle leggi razziali, tutti coloro che venivano considerati ebrei (bastava avere un parente ebreo sino alla quarta generazione) venivano perseguitati per “la colpa di essere nati”.

Nonostante tutto, però, in quel periodo la maggior parte della gente sembrava non rendersi conto della gravità di quanto stava accadendo ed accettava una serie di imposizioni fondate su una mentalità insana e senza senso, basata sulla discriminazione sulla base di una “razza” immaginaria. Questo – per gli ebrei – ha significato non avere più nessuna possibilità di lavoro, niente scuola e l’esclusione totale dalla vita sociale … e meno male che gli italiani si consideravano “brava gente”.

La SHOAH italiana conta migliaia di vittime, molte delle quali sono state deportate dalla stazione di Milano, insieme a tanti prigionieri politici. Sono partite dal luogo adibito al carico e scarico della posta, che si trovava sotto la stazione ed era contrassegnato da una grande scritta posta davanti all’uscita dei vagoni: “VIETATO IL TRASPORTO DI PERSONE”.

Purtroppo spesso – in quegli anni – i vagoni, spinti con la forza bruta e sollevati con un montacarichi per agganciarli alla locomotiva posta sui binari sovrastanti, erano colmi di donne, uomini, bambini e anziani ammassati, destinati a viaggi della morte della durata minima di 7 giorni. Giorni senza cibo, ma soprattutto senza acqua, in piena estate come in pieno inverno, con il puzzo degli escrementi che venivano tutti radunati in un secchio in comune, che poteva essere svuotato solo in occasione delle rare tappe durante il percorso. I sopravvissuti, una volta raggiunto il campo di concentramento o di sterminio, venivano divisi: gli uomini da un lato, con la prospettiva di un lavoro duro, in condizioni disumane; mentre le donne, gli anziani e i bambini finivano dall’altro, con un destino segnato … la macchina perfetta della morte: le docce a gas. Si trattava di stanze simili a docce, ma con uno scopo totalmente diverso da una buona doccia calda. Il gas immesso faceva crollare le persone una dopo l’altra, si moriva per soffocamento dopo un’agonia di 10-15 minuti.

Al Memoriale della Shoah di Milano, su un grande muro, sono proiettati i nomi dei deportati dei primi due convogli partiti da questo luogo: nomi di sopravvissuti e vittime che, se fosse loro giunto un semplice gesto d’aiuto, mai ricevuto, avrebbero potuto essere ancora tra noi. Il muro posto all’entrata, sul quale campeggia l’enorme scritta INDIFFERENZA, ci fa riflettere su come sia assurdo che tutto ciò sia potuto accadere sotto gli occhi di tutti, rimasti indifferenti quasi a voler negare quello che stava accadendo proprio lì, proprio in quel momento.

E se non vi fosse stata una tale indifferenza? Si sarebbe potuto fare qualcosa? L’indifferenza, ovviamente, non è da imputare ai soli cittadini milanesi, bensì ad ogni uomo che avrebbe potuto opporsi e soprattutto a coloro che, con le loro decisioni, avrebbero potuto mobilitare forze ben piu grandi dell’azione di un singolo ed eroico Cittadino.

Pensando al periodo storico che stiamo vivendo, molte cose ci fanno temere che qualcosa di simile possa di nuovo accadere anche nel nostro Paese, magari in forme differenti. Razzismo e odio sono all’ordine del giorno. Nell’era dell’informazione, in cui ci muoviamo illudendoci di essere liberi di scegliere e vogliamo essere critici su ogni cosa, esprimendo le nostre idee, dobbiamo stare molto attenti a non dare spazio di nuovo ad ideologie che sono l’espressione del lato disumano ed irrazionale di ognuno di noi. Spesso noi esseri umani non dimentichiamo, siamo fin troppo bravi nel ricordare; il vero problema è che confondiamo e non vogliamo aprire gli occhi al momento giusto, per vedere e capire cosa abbiamo davanti, prendendoci la responsabilità di distinguere il bene dal male, senza che qualcun altro ce lo indichi. Dobbiamo imparare che anche i piccoli gesti di ognuno di noi possono portare ad un grande cambiamento.

Tutte queste riflessioni si intrecciavano nella nostra mente quando, mentre ancora eravamo nel Memoriale, ci siamo riuniti tutti nella stanza della meditazione: una grande sala circolare illuminata da un raggio di luce proveniente dall’esterno, attraverso un‘ampia fessura. Un lieve senso di straniamento ci ha avvolti, al punto che il lieve brusio si è interrotto lasciando spazio al silenzio, silenzio che quasi evocava i calci dei fucili sulle schiene, i pianti dei bambini, le urla delle donne. Poi il rumore del treno sovrastante ci ha riportato alla realtà, inducendoci ad invocare in segreto un Dio, nel quale forse forse non tutti credono, affinché questi orrori non accadano più.

Vogliamo ringraziare la signora Claudia Terracina che, con affetto e pazienza, ci ha accompagnati – e arricchiti con le sue parole – nel percorso di visita del Memoriale della Shoah di Milano, il giorno 8 febbraio 2018.

 

Questo articolo è stato scritto da Aurora Bertuletti, Flavio Malighetti e Paolo Tuttavilla, della classe V A

LILIANA SEGRE: UNA SENATRICE CHE COMBATTE L’INDIFFERENZA ATTRAVERSO LA MEMORIA

Il 19 gennaio è stata nominata senatrice a vita, all’età di 87 anni, la signora Liliana Segre, per “aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”, secondo la motivazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Questa è una scelta giusta, perché Liliana Segre si impegna da sempre per trasmettere ai giovani la sua esperienza.

Quando abbiamo letto questa notizia, abbiamo pensato che fosse utile ripercorrere la sua storia, per comprendere meglio chi è la signora Liliana; vogliamo condividere con voi quello che abbiamo imparato, perché ci aiuti a riflettere sul tema della memoria.

Liliana Segre è nata a Milano il 10 settembre 1930, da una famiglia ebraica non praticante.
Per questo motivo, è cresciuta come una qualsiasi bambina italiana e senza alcuna consapevolezza religiosa. Viveva con il suo papà, Alberto, e con i nonni paterni, senza alcun problema, fino all’età di 13 anni: purtroppo la sua mamma era morta quando lei aveva soltanto un anno.
È venuta a conoscenza di essere ebrea soltanto quando suo padre, un giorno, mentre mangiavano, le ha spiegato che non avrebbe più potuto andare a scuola.
Questo è avvenuto quando era ancora un’innocente bambina, che non poteva capire cosa stesse succedendo nella sua vita.
In poco tempo si è ritrovata sola, senza nessuna compagna di giochi con cui potersi confidare .
È successo tutto velocemente, dopo l’emanazione delle Leggi razziste.
La sua famiglia ha provato anche a cercare rifugio in Svizzera, però l’aiuto gli è stato negato.
Al ritorno dal viaggio della speranza verso la Svizzera, Liliana e i suoi famigliari sono stati arrestati dai tedeschi e sono rimasti a Milano, in carcere, per quaranta giorni.
Una data indimenticabile per Liliana Segre è il 30 gennaio 1944, quando è stata deportata; insieme al padre, dal Binario 21 della stazione di Milano è partita con un convoglio diretto ad Auschwitz.
La signora Liliana, ogni volta che racconta questa vicenda, sottolinea che i deportati partivano dal Binario 21, che è un luogo sotterraneo, in modo che nessun milanese potesse vedere come venivano trattati gli ebrei ed i prigionieri politici.
Questo viaggio durava una settimana e c’erano circa 60 persone per vagone.
I treni usati erano quelli destinati al trasporto del bestiame; per terra c’era della paglia e un secchio fungeva da gabinetto.
Le condizioni erano disumane e, per questo, molte persone morivano durante il trasporto.
Appena Liliana è arrivata nel campo, le è stato tatuato il numero 75190 sull’avambraccio: nessuno, ad Auschwitz, veniva chiamato per nome, ognuno era contrassegnato con delle cifre.
Liliana è l’unica della sua famiglia che è sopravvissuta.
All’arrivo è stata separata dal padre, che non ha rivisto mai più, perché è stato ucciso il giorno seguente.
Le è stato spiegato subito, da ragazze che erano arrivate prima di lei, che l’odore che si sentiva di carne bruciata veniva dal crematorio e che, se avessero detto un sì o un no nel momento sbagliato, sarebbero diventate anche loro cenere.
Per questo motivo Liliana parlava molto poco; eseguiva quello che le chiedevano le guardie per paura di essere uccisa, di essere picchiata o messa in punizione, come è successo ad alcune ragazze.
Nonostante tutto questo, Liliana ha avuto molta fortuna perché, avendo le mani piccole, è stata considerata molto utile per lavorare in una fabbrica di munizioni.
Nel gennaio 1945 è stata costretta ad effettuare la “marcia della morte” verso la Germania dove, all’inizio di maggio, è stata liberata dall’ Armata Rossa ed è stata una dei 25 bambini sotto i 14 anni che sono sopravvissuti all’Olocausto.
È tornata in Italia e ha vissuto con i nonni materni, conservando dentro di sé i segni di tutto l’orrore che aveva visto e subito.
Solo all’inizio degli anni ’90 ha deciso di parlare e raccontare ciò che le era successo. Dopo aver rotto il silenzio, una delle scelte che ha preso è stata quella di scrivere tre libri per ragazzi, perché, come lei stessa afferma: “Chi meglio dei bambini può capire il dolore che provano altri bambini?”
Oltre alla scrittura, ha deciso di raccontare di persona la sua esperienza nelle scuole, a ragazzi che potrebbero considerarla la loro nonna, per raccontare come, per delle “folli” leggi razziste, lei ha rischiato di morire e ha perso i suoi cari.

Liliana Segre è una donna di 87 anni che merita ammirazione per la sua forza di volontà, per tutto quello che ha passato. Grazie alle sue testimonianze, rivolte anche agli adolescenti, riesce a trasmettere le sue emozioni a tutti. Quello che fa è molto importante, perché spiega la sua esperienza, che è unica: racconta tutte le atrocità che ha visto, quando aveva solo 13 anni.

Liliana Segre, Tatiana e Andra Bucci, Nedo Fiano, Armando Gasiani e Piero Terracina hanno vissuto la deportazione e le atrocità del campo di concentramento di Auschwitz e sono fra le pochissime persone che possono ancora raccontare le loro esperienze.

Quello che preoccupa maggiormente la signora Liliana è che ormai i pochi sopravvissuti rimasti sono molto anziani: quando non ci sarà più nessuno di loro, molti dimenticheranno e non sapranno realmente quello che è accaduto. A causa della mancanza di informazioni e dell’ignoranza, si potrebbero compiere di nuovo gli stessi sbagli.
Per questo Liliana Segre è fra coloro che hanno fortemente voluto la costruzione del Memoriale della Shoah, presso il Binario 21: per combattere l’indifferenza, che è il nemico peggiore della giustizia. La memoria è fondamentale, per costruire un mondo più giusto.

Per concludere, vogliamo proporvi una frase della signora Liliana che fa molto riflettere, queste sono le sue parole: “Chi erano queste 605 persone, di quel giorno di cui facevo parte anch’io? Erano persone che non avevano fatto altro che essere nate, perché la nostra colpa era quella.”
Sono parole toccanti, perché sono le uniche che possono spiegare il perché di quanto è accaduto.

Lei è stata molto fortunata, perché è riuscita a sopravvivere. Non c’erano delle motivazioni fondate per giustificare la deportazione e l’uccisione di tantissimi ebrei. Questi fatti non avrebbero mai dovuto accadere, perché siamo tutti uguali, con gli stessi diritti.
Gli uomini nascono liberi e non bisogna giudicare nessuno per la sua religione.

Hanno lavorato per voi: Jessica Manzoni e Alessia Busi di IV A